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Evangelici a Ponte

Tratto da L’Italia dei Poveri di Giovanni Russo, pubblicato nel 1958 a cura di Longanesi e nel 1982 a cura di Marsilio Editori, “La Bibbia a Benevento” è la cronaca  di una inchiesta effettuata dallo stesso autore nel luglio del 1955 presso la comunità pentecostale di Ponte.

La nascita della comunità pontese avvenne presso la Contrada Staglio nel 1946 ed all’origine ci fu una Bibbia ed un emigrante tornato dall’America.

Causa, probabilmente, la lontananza dal centro abitato, la presenza della comunità è stata sempre discreta, ma ritengo sia stata determinata dalla ricerca continua di una fede interiore e dal rispetto di regole sentite.

Ricordo la solidarietà, la fede degli evangelici pentecostali (i "protestanti", come venivano chiamati) ma soprattutto la loro serenità e bontà d’animo.

Sono da circa sessanta anni parte importante della comunità pontese e contribuiscono al suo sviluppo.

Molti conoscono personalmente gli evangelici di Ponte, ma probabilmente pochi sanno in cosa credono, il fondamento comune e le differenze che ancora li separano dai cattolici.

Saremmo lieti di conoscere la “storia” del movimento evangelico in Ponte: le tradizioni, le usanze, il costume, le reazioni da parte della chiesa cattolica, delle autorità, ma soprattutto le relazioni con la popolazione.      

In Italia il movimento pentecostale si è sviluppato rapidamente soprattutto nel Meridione, nel corso degli anni '20 e '50, tanto da preoccupare le autorità politiche e quelle religiose. I pentecostali subirono durissime repressioni e furono praticamente fuorilegge fino al 1959.

Il 9 aprile 1935 fu emanata la vergognosa circolare Buffarini-Guidi (abolita solo nel 1955) in cui si dichiarava fuorilegge il culto cristiano pentecostale, "per preservare l'integrità fisica e psichica della razza". Le chiese pentecostali furono chiuse, e le riunioni dovettero essere tenute in luoghi lontani e nascosti, casupole, boschi. Coloro che vi si recavano dovevano avere coraggio perché rischiavano di essere catturati, imprigionati, o condannati al confino politico.

La Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, affermava all'art. 8: "Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge" e l'art. 19 specificava: "Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitare in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume".

Si valuta che complessivamente nel mondo vi siano oltre 500 milioni di pentecostali; difficile stimare i soli pentecostali indipendenti, tutti insieme potrebbero essere, secondo una vecchia stima, almeno 250.000 in Italia.

 

Sergio Mottola

      

 

 

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       LA BIBBIA A BENEVENTO  di Giovanni RUSSO

         tratto da – L’ITALIA DEI POVERI –

         Longanesi, 1958

           Marsilio Editori, 1982

 

 

A Ponte, un piccolo paese a pochi chilometri da Benevento, ho conosciuto un gruppo di contadini pentecostali. Dall’ “anziano” della comunità mi accompagna S.T., un impiegato del cantiere che sta costruendo la strada di collegamento fra la nazionale e l’abitato.

S.T., che è corrispondente di un giornale napoletano, aveva avuto una diatriba con i pentecostali a causa di un articolo a tinte un po’ forti, che aveva scritto su di essi; una vertenza che, per poco, non si concluse in tribunale.

Ora, però, i pentecostali lo avevano perdonato e anche lui si è rappacificato con loro.

Non era la prima volta che avevo notizie di gruppi di contadini convertitisi a sétte evangeliche e protestanti.

Anzi, girando per l’Italia meridionale capita spesso che arrivi all’orecchio la voce che, in quella o in quell’altra località, prosperi una comunità evangelica di contadini, sorta quasi sempre dopo la guerra.

Si tratta per lo più di pentecostali oppure, caso meno frequente, di avventisti o seguaci della cosiddetta Chiesa di Cristo.

Le Chiese protestanti ufficiali, valdese, metodista, battista, anche se relativamente più fiorenti di un tempo, hanno nel Sud, capacità di proselitismo e di espansione molto inferiori a quelle sétte.

Secondo calcoli approssimativi, non avendo ancora nessuno fatto un censimento, sembra che i pentecostali nell’Italia meridionale siano passati, dopo il 1943, da poche migliaia a circa quarantamila.

Avventisti e seguaci della Chiesa di Cristo sono anch’essi cresciuti di numero.

Queste sétte sono diffuse soprattutto in America e sono state appunto importate da quel continente: nel Sud costumi, idee, tradizioni persino religiose dell’America esercitano influssi importanti.

Nel mondo contadino perdono significato concetti come i “confini della patria”, e i rapporti sociali e religiosi ignorano o rinnegano le istituzioni ufficiali dello Stato e della Chiesa, riallacciandosi a una storia che si è svolta, spesso, per conto suo, secondo indirizzi estranei allo sviluppo della vita nazionale.

Le stesse Chiese riformate considerano come dei parenti poveri, per la loro rozzezza dottrinale e per alcune manifestazioni misticheggianti, questi gruppi di evangelici.

Ma sperano che la diffusione di un “proletariato protestante” giovi alla fine ad esse; speranze che sembrano però illusorie.

Tutti i tentativi di inquadrare tali movimenti e di inserirli nella vita comunitaria, sul piano nazionale, sono finora falliti.

I pentecostali di Ponte vivono quasi tutti fuori del paese, in una località denominata Contrada Staglio.

Non mi era ancora accaduto di incontrarmi con qualche pentecostale; volevo farmi spiegare i motivi per cui essi avevano abbandonato la religione dei padri, sapere come praticavano il loro culto.

La mia curiosità nasceva anche dal fatto che, finora, tutti coloro ai quali avevo chiesto informazioni sul loro conto mi avevano dato risposte vaghe.

 

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Ne avevo parlato con i borghesi delle città: avvocati, maestri, giovani studenti.Anche i più liberi fra costoro, i più aperti mentalmente, non erano stati in grado di precisarmi neppure la confessione a cui appartenevano i convertiti.Per loro si trattava solo di un fenomeno di ignoranza e di superstizione. Del resto si vedeva che esso li interessava ben poco.

Coglievo, ancora una volta, la lontananza, constatavo l’impermeabilità fra i ceti borghese e contadino nel Sud.

Tale atteggiamento poteva assumere forme estreme.

In un paese del Beneventano, un avvocato dal volto sanguigno, in cui brillavano freddi gli occhietti grigi, tipico rappresentante di quei galantuomini che fino a qualche anno fa dominavano incontrastati (ora non più come allora né così facilmente), mi aveva parlato di certi boscaioli diventati pentecostali che vivevano in un bosco del Matese a molti chilometri di distanza in ogni centro abitato.

Egli spiegava le conversioni con la tesi che coloro erano tarati mentalmente e quindi destinati, per inferiorità razziale, a essere preda delle superstizioni e del comunismo.

Alla contrada Staglio si arriva per una pista solcata dalle ruote dei carri agricoli.

In questa zona sorgono alcune masserie di piccoli proprietari e mezzadri.

Il terreno è formato da valloncelli che si rialzano a mano a mano che si sale verso l’altipiano del Matese.

E’ tarda mattina e regnano silenzio e una grande pace: pascolano sui prati in declivio cavalli in libertà.

Il paesaggio ricorda certi panorami agresti riprodotti in film western americani.

Attraversiamo i campi e giungiamo in uno spiazzo dove sono tre case.

S.T. picchia alla porta di una di queste, l’abitazione dell’ ”anziano” della comunità.

Costui ci viene incontro piuttosto diffidente, seguito dalla moglie, una donna grassa, che indossa il costume contadino e reca un bimbo di due o tre anni in braccio.

S.T. spiega le ragioni della nostra visita e lui, dapprima incredulo, poi un po’ lusingato del fatto che un giornalista sia arrivato fin lì per “sapere la storia della sua conversione”, accetta di rispondere a qualche domanda.

Ci conduce sotto un olmo, grande e frondoso che sorge proprio al centro dello spiazzo e ci fa sedere su delle sedie spagliate.

Intorno a noi si raccolgono gli abitanti delle case vicine: qualche giovane, donne e bimbi.

Gelsomino, così si chiama l’ “anziano”, è un uomo di una quarantina d’anni, dai capelli neri corti e gli occhi cerulei.

Indossa una camicia a quadroni verdi e un paio di pantaloni sporchi di terra.

“Noi”, dice, “non abbiamo nulla da nascondere. Siamo diventati pentecostali perché ci siamo convinti, dopo aver ascoltato il Vangelo predicato dal Pastore di Benevento. Nel 1945 non vi era qui nemmeno un evangelico. In quel tempo tornò, dopo quarant’anni, dal Brasile, Giovanni O’ Suonno che aveva allora cinquantacinque anni. Si era convertito in quella terra strana di cui raccontava storie favolose.

 

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Diceva che, una volta, aveva fermato un treno, insieme con degli amici, ostruendo i binari con una zucca di cento quintali. Aveva con sé una Bibbia. Mentre si lavorava, parlava di quel libro che, nessuno, prima, qui sapeva che esistesse. La sera poi mi leggeva qualche passo del Nuovo e Vecchio Testamento e concludeva sempre: ‘Se un uomo non crede, è inutile che legga, perché è come leggere un giornale. Venne voglia anche a me di conoscere la parola del Signore e comprai una Bibbia”.

Il racconto di Gelsomino è interrotto dall’arrivo del postino che distribuisce alcune lettere provenienti da parenti emigrati in America e due giornaletti stampati in Svizzera dalle comunità pentecostali di quella nazione. In essi si parla anche dei “fratelli” di Ponte e delle “nuove anime” da essi conquistate.

Gelsomino riprende a parlare: “ Nel 1946 il Pastore di Benevento seppe che qui si leggeva la Bibbia e cominciò a venire a predicare la domenica. Chi si convinceva rimaneva ad ascoltarlo, chi non si convinceva se ne andava”. Adesso i pentecostali sono a Ponte circa un centinaio.

Qualche giorno prima del mio arrivo, molti di loro si erano recati a un raduno tenutosi a Campobasso, dove esiste una delle più antiche comunità risalente a circa trent’anni or sono.

Al raduno avevano partecipato circa ottocento pentecostali provenienti anche da altre province della Campania.

Gelsomino ha frequentato le elementari fino alla seconda classe, ma aveva dimenticato quel poco che aveva appreso.

Ha imparato a leggere bene, come tutti gli altri pentecostali, sulla Bibbia, e ora parla correttamente, con tono ispirato, citando, ogni tanto, versetti del Vangelo compresi i numeri dei capoversi.

Riferendosi ai suoi correligionari li chiama sempre “fratelli” o “sorelle” o “anime unite nel Signore”.

“Vuoi sapere se sono contento? Sono stato cattolico fino a trentadue anni. Purtroppo ero viziato: fumavo, bestemmiavo. L’uomo che non si vergogna del peccato non conosce Dio. Ignoravo che vi fossero altre religioni, credevo che quella cattolica fosse l’unica e sola. Andavo a Messa, mi confessavo, ma non riuscivo mai a liberarmi dal peccato. Quando lessi per la prima volta il Vangelo, le parole che più i colpirono furono quelle di San Giovanni, nel capitolo V, i versetti dal 39 al 43: ‘Voi investigate le Scritture, perché pensate aver per mezzo d’esse vita eterna, ed esse son quelle che rendono testimonianza di me; eppure non volete venire a me per avere la vita. Io non prendo gloria dagli uomini; ma vi conosco che non avete l’amore di Dio in voi. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non lo ricevete; se un altro verrà nel suo proprio nome, voi lo riceverete.”

Gelsomino recita con enfasi questi versetti, poi mi fa: “Dopo che mi sono convinto, non mi sono più ubriacato, non ho fornicato più. Vivo da allora sempre in comunione con Dio. Ascolta per esempio mia moglie”.

La moglie, che sta a sentire con il figlioletto in braccio, non vorrebbe parlare, ma poi, timidamente, fa la sua dichiarazione: “Fino a trentacinque anni sono stata cattolica e facevo sforzi per non odiare, non peccare, ma non mi riusciva. Sono nove anni ora che sono stata toccata dalla virtù di Dio e ho vissuto sempre senza mai odiare, senza desiderare le cose altrui”.

 

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Domando a Gelsomino qual è la vita che, secondo le regole, dovrebbe condurre un pentecostale. “Un pentecostale”, mi risponde, “deve stare sempre in comunione col Signore. Noi non andiamo al cinema, non balliamo, non giochiamo a carte, non fumiamo, non ci ubriachiamo, perché il corpo è il tempio dello Spirito Santo e ogni piacere del corpo, anche il più lieve, deve essere bandito per vivere in purezza di spirito. Viviamo in accordo fra noi e ci aiutiamo a vicenda. La terra non rende molto ed alcuni di noi sono poveri: il più agiato aiuta il bisognoso.”

Tra gli ascoltatori vi sono due giovani che stanno fumando. Li indico a Gelsomino, il quale però dice che i due giovani fumano perché sono cattolici, benché i loro genitori siano evangelici.

Uno dei giovani si volge a me con un sorriso ammiccante e dice: “Noi siamo ragazzi, ci piace fare all’amore, divertirci, giocare alle carte. E poi io debbo andarmene in Australia, non voglio cominciare già a fare penitenza”.

Un altro contadino dice di essere cattolico, ma di rispettare la fede dei pentecostali.

Chiedo a Gelsomino in che modo essi onorino Dio. “Noi pensiamo sempre a Dio, quanto più si può”, mi risponde. “Ci rivolgiamo a lui in ogni momento del giorno e anche la notte preghiamo se ne sentiamo il bisogno. La domenica e il giovedì partecipiamo al servizio religioso nella chiesa che abbiamo costruito con le nostre mani.”

Con Gelsomino, andiamo a visitare la chiesa che è poco distante, vicino alla pista che abbiamo percorso per venire qui. Ci accompagna un altro pentecostale, di una trentina di anni, dagli occhi spiritati, che è il “teologo” della comunità: sa a memoria molti passi della Bibbia. Di fronte alla porta d’ingresso, nell’interno, c’è una pedana di cemento su cui è il tavolino dietro il quale siede l’ “anziano” durante il rito. Il tavolino poggia su una tavola che copre la vasca battesimale. Il battesimo dei neofiti si compie con l’immersione. I bambini vengono battezzati solo quando hanno raggiunto una certa età e si sono convinti di “credere”.

Sulla parete di fondo, in alto, è disegnato un libro aperto: su una pagina si legge questa frase: “Vi conviene nascere di nuovo per la parola di Dio, viva e permanente in eterno” (I Pietro 1, 23) e sull’altra pagina c’è scritto: “Ecco ora il tempo favorevole, ecco il giorno della salute” (II 6, 12).

La chiesa fu costruita nel 1950 Prima di allora i fedeli si riunivano per le cerimonie sotto un tendone. Gelsomino e il “teologo” mi descrivono il rito: “Si apre il servizio nel nome di Gesù, si cantano due inni e si prega ad alta voce. Chi si sente prega in silenzio. Dopo tutti si alzano insieme e cantano un altro inno. Si passa poi alla manifestazione delle testimonianze: tre o quattro fedeli raccontano le loro esperienze spirituali, testimonianze di fede. Poi si leggono due salmi e si predica il Vangelo. Si canta un ultimo inno alla fine del servizio”. Una ragazza mi accenna il motivo di uno degli inni che comincia con le parole: “Siamo per grazia davanti a te”.

Gelsomino è molto orgoglioso della carica di anziano alla quale è stato eletto all’unanimità: “Se fossi peccatore”, dice,”non avrei interesse a parlare o ad ammaestrare. La mia coscienza è libera. Io non dipendo da nessuno, ma solo dalla parola di Dio”.

Sorprende ascoltare queste parole da un contadino.

 

 

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Certo, in alcune sue affermazioni, nelle dichiarazioni dei suoi compagni di fede, si notano punte di fanatismo, una propensione a un  misticismo primitivo, caratteristiche di una fede rozza ma non per questo meno sincera.

Però questa fede (e lo dovrò notare anche a Benevento) ha risvegliato nel profondo il sentimento della libertà di coscienza, del diritto al rispetto delle proprie idee.

In ciò questi contadini sono profondamente diversi dagli altri che pure non sono privi di una loro gelosa dignità, ma si piegano alle gerarchie sociali e religiose.

I discorsi dei pentecostali hanno molta suggestione in questa campagna solitaria che sembra così lontana dalla civiltà meccanizzata. Pare di essere tornati indietro nei secoli, ai tempi in cui proprio nelle solitudini dei campi si stabilivano le comunità religiose ribelli alla chiesa di Roma.

I pentecostali frequentano poco il paese.

I fedeli aumentano in media di quattro o cinque all’anno.

Qualcuno però, dopo un anno o due ritorna al cattolicesimo.

Gelsomino esclude che vi sia chi diventa pentecostale per interesse (per usufruire di aiuti dei “fratelli” stranieri, soprattutto americani).

“Se qualcuno si è fatto pentecostale per questo motivo”, dice, “triste per lui.”

Sono lasciati relativamente tranquilli dalle autorità anche se ogni tanto, si verifica qualche episodio di intolleranza.

Sono stati protagonisti di due fatti che hanno creato attorno a loro una strana aureola.

Il primo accadde a una “sorella” che fu portata davanti al pretore.

Ecco come racconta l’episodio Gelsomino:”Che cosa hai commesso? Che hai fatto?” le chiese il giudice.

Un testimone dichiarò che il prete aveva denunziato la donna.

Ma l’imputata replicò: “Non sono stati né il prete né le guardie a portarmi da voi, ma Gesù Cristo che vuole che io vi converta.”

Il giudice non condannò la donna e la liberò”.

L’altro fatto avvenne qualche anno fa in paese.

Per la Quaresima erano venuti a predicare due frati passionisti. Due pentecostali furono invitati da uno dei frati a un contraddittorio, in un casa privata.

I due “fratelli” accettarono e molta gente si raccolse nella stanza dove il contraddittorio sarebbe dovuto avvenire.

I pentecostali volevano però discutere su un testo della Bibbia, i frati su un altro.

Mentre si svolgeva questa discussione, uno dei frati, nella foga, battè irritato un pugno sulla tavola dove era aperta la Bibbia e, nello stesso istante, il pavimento della stanza crollò.

Tutti caddero nel piano inferiore da un’altezza di circa tre metri e fortunatamente se la cavarono senza ferite, eccetto il frate che aveva dato il pugno, il quale riportò una ferita non grave. Gelsomino e gli altri “fratelli” credono in un segno del Signore: l’episodio è entrato ormai a far parte della loro leggenda.

Quando lasciammo la Contrada Staglio, S.T. mi conferma che il crollo accadde veramente, ma mi dice che fu accertato che il pavimento cedette sotto il peso eccessivo della folla pigiata nella stanza.

A Benevento vado trovare l‘ “anziano” di cui mi avevano parlato a Ponte. Si chiama Valentino, abita in una strada di un quartiere popolare, vicino all’arco Traiano.

Valentino è sarto e vive in una casa povera e priva di luce.

Mi accoglie cordialmente e mi accompagna nella chiesa che è lì vicino e che è costituita da un vasto salone al pianterreno di un edificio nuovo.

La chiesa è ben addobbata e ha un palco dove siede, quando si svolge il rito, il Pastore.

In un angolo c’è un armonium, regalo dei “fratelli” americani, col quale si accompagnano i cori durante il rito.Valentino e il suo aiutante, Enrico, due ragazzi e un vecchio portano all’occhiello della giacca un distintivo di metallo su cui sono disegnati il sole, la Bibbia e una lampada.

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Il sarto mi dice che sui pentecostali si raccontano spesso storie inventate.

Una volta un commissario di polizia chiese a uno di loro se fosse un “tremolante”.

“Voi siete tremolante?” gli chiese. “No” rispose colui. “Stendi la mano.”

L’uomo stese la mano e il commissario la guardò, poi disse :”Ma tu non tremi”. Quindi stracciò la denuncia che era fatta contro di lui.

Valentino mi disse che fino al 1940 non c’era nessun pentecostale a Benevento, in tutta la provincia c’era solo un gruppo a Altavilla Irpina, sorto nel 1933.

Anche qui, come in altre località, le storie della nascita di queste comunità si rassomigliano: all’origine ci sono sempre una Bibbia e un emigrante tornato dall’America.

Dal ’40 al ’43 a Benevento il culto si praticava di nascosto.

Ora i fedeli sono circa centonovanta, artigiani e contadini, e il loro numero si accresce anche se lentamente.

Valentino mi dice con orgoglio che non si convertono soltanto i poveri, ma che ad Avellino c’è un ingegnere pentecostale e a Campobasso uno studente universitario.

In questi ultimi anni il movimento si è diffuso in molti paesi del beneventano e dell’avellinese.

Egli sostiene che il fenomeno non dipende affatto dagli aiuti inviati dalle comunità straniere che sono saltuari e di scarsa entità.

I pentecostali di Benevento sono più evoluti di quelli di Ponte.

Valentino insieme con altri anziani si reca spesso nei paesi a far propaganda.

Nonostante l’ostilità dei preti (spesso sono accolti a sassate dai ragazzi o hanno le gomme dell’automobile bucate) il movimento continua a estendersi.

I pentecostali non hanno pregiudiziali politiche.

Non danno, ovviamente, il loro voto ai democristiani, ma neppure ai comunisti,perché irreligiosi e perché tentano, come dice Enrico, di “presentarci Gesù come capo dei marxisti”.

Perciò i pentecostali votano per i liberali, i socialdemocratici o i monarchici.

A Benevento sono quasi tutti seguaci dell’on. De caro, esponente liberale della zona, che assicura loro una certa protezione e può garantirli da soprusi polizieschi.

Anche questo atteggiamento politico smentisce l’impressione che i pentecostali siano mossi solo da una

specie di fanatismo religioso, mentre esiste in essi anche un discernimento critico.

Un amico di Benevento a cui esprimevo queste mie opinioni e a cui dicevo la mia sorpresa per l’ardore con cui questi contadini praticano la loro nuova fede, la loro ingenuità e dedizione, la solidarietà che li lega, mi faceva osservare che in molti paesi il prete è spesso solo un personaggio della gerarchia locale, un padrone ben lontano dalla religione.

Questi paesi vivono isolati perché privi di strade che li collegano al centro e in condizioni spesso di grande miseria.

In tale atmosfera è facile che si sviluppi una tendenza mistica che trova favorevole terreno nell’anarchia del mondo contadino.

E molti in questi paesi cercano una fede da praticare, una religione che dia speranza.

 

        

 

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